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bossetti 3Massimo Bossetti torna il 30 giugno davanti a una Corte, quella d'Assise d'appello di Brescia, per continuare a protestare la sua innocenza. In carcere da tre anni e con una condanna all'ergastolo, è il capro espiatorio di indagini tarocche sull'omicidio di Yara Gambirasio, un delitto che rimane profondamente oscuro: dove e come morì fra il 2010 e il 2011 la povera ragazza, per quali motivi e per mano di chi è infatti un mistero, pur avendo speso milioni di euro. Non c'è nemmeno la certezza che si sia trattato di un omicidio volontario e gli unici elementi in mano sono tracce di dna controversi e un improbabile assassino che fa comodo per soddisfare la sete popolare di giustizia e garantire qualche importante carriera.

Francesco CarboneDenunce insabbiate su appalti illecitii, mafia di Stato e associazioni per delinquere nelle istituzioni: sembrano ingredienti di un film poliziesco, ma invece è il tema caldo di una battaglia che un palermitano, Francesco Carbone, 41 anni, conduce dal 2008. “Archiviano sistematicamente tutto ma nessuno - dice - mi vuole processare per calunnia”.

Dal 2001 al 2008 Francesco Carbone fu dipendente di una impresa espletante il servizio postale in appalto al Centro Meccanograiuco di Verona. In quegli anni e in quel contesto scoprì numerose anomalie e cominciò a denunciarle alla guardia di finanza. Non erano, come ricorda, chiacchiere, ma fatti, che suffragava anche con documenti, foto e video, inerenti presunti illeciti per evasione fiscale, lavoro in nero, carenze nella igiene e nella sicurezza.

prostituzioneUna rumena di 26 anni, Felicia Angelica Mitu, è finita sotto processo a Monza per una vicenda che ha dell’incredibile: insieme con la sorellastra Madia, aveva accusato un italiano, Donato Pistillo, di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, ma ha poi ritrattato e deve rispondere ai giudici di autocalunnia. Dal 2012 a oggi, frattanto, l’uomo è finito in un calvario e, con una condanna definitiva a tre anni di reclusione, andrebbe a momenti in carcere; ma, protestandosi innocente, ha reagito denunciando magistrati che lo avrebbero perseguitato, chiedendo più volte la revisione del processo e presentando innumerevoli esposti, rimasti finora tutti inascoltati.

confisca giocattoliUn giudice di Monza ha ordinato la confisca e distruzione di due pistole ad aria compressa scambiandole per armi. Il provvedimento è l’appendice di una tormentata vicenda giudiziaria che ha per protagonista Donato Pistillo, 42 anni, il quale si batte da un lustro per avere riconosciuta l’innocenza in un processo per sfruttamento della prostituzione.

Le due pistole ad aria compressa furono sequestrate, insieme con un pc e varie sim telefoniche, dai carabinieri di Besana in Brianza il 18 marzo 2012 a seguito della denuncia presentata da due sorellastre rumene che asserivano di essere state costrette a prostituirsi sotto la minaccia di armi. Dal verbale dell’epoca risulta chiaramente che si trattava di giocattoli, ognuno “simile per dimensione e peso ad arma vera”, ma non capaci di offendere.

La prima sentenza nel processo, né quelle dei successivi gradi di giudizio, non dispose alcunché sulla destinazione di tutti i reperti, che in pratica costituivano probabili corpi di reato ma non influirono in alcun modo sulla decisione.

A distanza di parecchi anni, Donato Pistillo ha avuto ora restituiti il pc e le sim ma non anche le due pistole giocattolo. “È davvero assurdo” dice e si è rivolto all’avv. Claudio Salvagni per essere assistito. Dove finiranno questi giocattoli? Confiscati e distrutti. L’ha deciso a Monza il giudice per le indagini preliminari Cristina Di Censo con un provvedimento contraddittorio, per due ragioni: innanzitutto definisce armi i giocattoli; e inoltre procede in base all’art. 240 del codice penale commi 2 e 4, che non esiste. Il comma 2 dell’art. 240 fa riferimento alla confisca obbligatoria “delle cose, la fabbricazione, l'uso, il porto, la detenzione o l'alienazione delle quali costituisce reato, anche se non è stata pronunciata condanna”; ma la particolarità di questo caso è che detenere quel tipo di similarmi non costituisce reato. Il provvedimento dallo strano contenuto appare frettoloso sin dalla forma scritta a mano e prima di alcun riferimento ai procedimenti ai quali dovrebbe essere connesso.

Al momento dell’acquisto, l’armeria di Milano aveva dichiarato nel 2006 che si trattava di oggetti di libera vendita in quanto di potenza inferiore a 7,5 joule.

violenza minorileGravi problemi della famiglia sono quasi sempre all’origine di comportamenti violenti di adolescenti e giovani. Nella realtà contemporanea, l’uso smodato di internet, videogiochi, tv rappresenta una forma di autismo reciproco che impedisce i contatti fra i ragazzi e i familiari. Genitori e figli, ignari gli uni degli altri, coabitano con superficialità in una casa piena di comfort, ma in cui le emozioni sono evaporate.

I ripetuti episodi di bullismo e violenza da parte ragazzi, sempre più gravi e clamorosi, allarmano l’opinione pubblica. Abbiamo chiesto a Luana Campa, avvocatessa e criminologa, di spiegarne le cause.

Si è osservato che persino la violenza non realistica, come quella presente nei cartoni animati o nei videogiochi, può influenzare il comportamento dei bambini nella vita reale per il fenomeno dell’imitazione. La rappresentazione visiva della violenza nei media può pertanto condizionare le abitudini ed i comportamenti degli spettatori, soprattutto dei bambini, ma anche di giovani predisposti.

L’importanza della famiglia nella genesi dei comportamenti devianti è un fatto noto in psicologia e in criminologia da molti anni. Una famiglia disgregata o fortemente conflittuale facilita l’emergere di una situazione deviante, ma chiaramente non ne è il presupposto necessario e assoluto: molti ragazzi che provengono da famiglie disfunzionali, infatti, riescono comunque a costituirsi una personalità stabile.

Massimo BossettiManca ormai poco più di un mese per il processo d’appello a Massimo Giuseppe Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, fissato per il 30 giugno a Brescia, e si infittiscono diatribe e scontri in tv fra innocentisti e colpevolisti. Difensori e consulenti delle parti sono i protagonisti di spettacoli di intrattenimento nei quali i conduttori si limitano a fare da semaforo nelle sceneggiate, il cui scopo è di mantenere alto l’audience e far lievitare gli incassi pubblicitari.

Questi processi in tv non hanno nulla a che vedere con quello reale che sarà celebrato dinanzi a magistrati e giudici popolari di una Corte, che potrà solo limitarsi a valutare i fatti consacrati, nei tempi dovuti, nei motivi d’appello. In essi non c’è traccia di fantastici sosia, veri o presunti, di Massimo Bossetti; di inseminazioni per volontà dello spirito santo; di testimoni che dopo svariati anni ricordano ora banali confidenze del compagno di lavoro finito in carcere.

Comune AcirealeLicenziati e condannati i furbi del cartellino, il Comune di Acireale ha ancora un bel repulisti da fare. Non bastavano quelli che percepivano in frode lo stipendio, timbravano simulando di essere entrati al lavoro e andavano via come se nulla fosse, il malcostume continua a serpeggiare con comportamenti arroganti e difficilmente definibili. Ecco spuntare anche l'asino zelante.

Un funzionario dall’eccessivo, curioso e sospetto zelo, mi ha invitato infatti quest’anno a pagare tributi per spazzatura per l’anno 2017 pur essendo consapevole, come risultante dagli atti in Suo possesso, che il sette novembre del 2011 sono emigrato da quel Comune, dove per motivi della attività professionale ero ospite di un amico ispettore di polizia. Già l’anno scorso avevo provveduto a contestare l’infondatezza di una analoga pretesa. Al diabolico, purtroppo, non c’è però limite: alla nuova contestazione di quest’anno, corredata in abbandonanza da documenti, infatti, il funzionario, invece di annullare la bolletta, arrampicandosi sugli specchi mi chiede di esibirgli documentazione della cessazione di contratti di utenze che non sono mai esistiti; e poco, di questo andazzo, ci manca che non mi chieda se nell’alloggio ricevessi anche sue sollazzevoli amiche.

Che si fa in questi casi? “Siccome non sono servo Suo – ho risposto per raccomandata al funzionario - né posso stare appresso alle Sue fregole pruriginose e alle Sue fantasie, oltre a chiedere ogni opportuno provvedimento del Signor Sindaco, al quale pure è indirizzata la presente, formalmente La invito dunque a ottemperare senza ritardo alla richiesta di annullamento della bolletta in questione e a non perseverare con incompetenza nell’eccesso di potere. Mi auguro che non si riveli asino al punto da indurmi a denunciarla per omissioni di atti d’ufficio e altro, non avendo il tempo di raggiungerla ad Acireale per calarla con le Sue carte immondizia nel più grande cassone della spazzatura onde potersi rinfrescare le idee”.

geroglifici: motivazione illeggibile del pm

Si chiama Maria Saracino, è sostituto procuratore della repubblica al tribunale per i minorenni di Milano e non occorre sapere di più; se non che questa pm ha pensato di poter togliere definitivamente i figlioletti ai genitori scrivendo tre righe di geroglifici, incomprensibili per un comune mortale e rivelatori di frettolosità: una leggerezza che fa inorridire, perché il web è pieno di notizie riguardanti l’imminente morte della madre dei minori per cancro e pare che il Pm non ne sappia proprio nulla, pur disponendo di una rete amplissima di servizi sociali e di consulenti a spese della collettività.

Igor Vaclavic

Il suo nome è Igor Vaclavic o Ezechiele Norberto Feher, ma si potrebbe chiamare in qualsiasi altro modo l’assassino trasformista che, venuto dai Balcani, colpisce in Italia da sette anni e solo ora ci si accorge di lui, dopo che in pochi giorni ha lasciato dietro di sé cadaveri e una scia di sangue; ma per le forze dell’ordine che gli danno la caccia tra Bologna e Ferrara è diventato come un ago nel pagliaio.

criminiNon esistono i delitti perfetti, ma solo indagini imperfette. Ogni omicidio, anche il più sofisticato, se bene analizzato, mostra per gli investigatori tracce importanti, elementi utilissimi per potere risalire all’autore. Molte vicende giudiziarie rivelano che non è stato possibile far luce su efferati crimini a causa di attività inadeguate nell’immediatezza dei fatti.

Gli sviluppi crescenti della criminologia trovano applicazione pratica sempre più attenta ed efficace nelle indagini di polizia giudiziaria, soprattutto nella ricostruzione della scena del crimine (cosiddetta criminologia investigativa).

Gli eventi criminali sono per definizione storia, pertanto gli esperti sono chiamati a ricostruirli. Un tempo si chiedeva all’investigatore di non pensare ma raccogliere, secondo il modello “don’t think, find out". Umberto Eco, nel 1980, alla domanda come si fa ad individuare il colpevole di un crimine rispose: “Bisogna supporre che i fatti possiedono una logica, la logica che il colpevole ha imposto loro".

Roberta Bruzzone

Con 229 membri, la maggior parte dei quali inseriti a insaputa degli interessati, nel panorama dell’informazione spazzatura ecco appena nato su Facebook il gruppo pubblico “Roberta Bruzzone nuda”, un contenitore sfrenato che prende di mira la criminologa Roberta Bruzzone: le parole più gentili sono “schifosa”, “con più membri dietro”, “pezza di plastica smangicchiata”, “assassina di innocenti”. La dialettica fra innocentisti e colpevolisti sui delitti più discussi ha superato ormai ogni limite.

Igor Vaclavik

Descritto come una belva sanguinaria, ricercato dai reparti di élite delle nostre forze dell’ordine e relativamente imprendibile, chi è Igor Vaclavik detto “il russo”?

I mass media lo descrivono come la personificazione del male.

Igor la belva, il Rambo del crimine, il ladro Ninja, sono soprannomi che vogliono sintetizzare il profilo comportamentale di un uomo senza scrupoli, dalle capacità criminali di elevato spessore, pluripregiudicato con una lunga carriera criminale alle spalle, pronto ad agire ancora in maniera violenta e seminare sangue e terrore.

Il killer più braccato d’Italia

Igor Vaclavik è il killer più braccato d’Italia dal primo aprile, quando, durante un tentativo di rapina, ha ucciso a Budrio il tabaccaio Davide Fabbri con un colpo di pistola. Durante la fuga, l’8 aprile, ha poi assassinato a un posto di blocco, a Portomaggiore, la guardia ecologica Valerio Verri.

L’uomo era già ricercato dal 29 marzo per avere rapinato dell’arma una guardia giurata e non è escluso che già precedentemente avesse commesso altri delitti, oltre alle rapine per le quali aveva espiato alcuni anni di reclusione, col beneficio di essere scarcerato in anticipo rispetto alla condanna.

Le ricerche vedono impegnati centinaia di carabinieri e agenti di polizia, con la partecipazione dei reparti più specializzati per la cattura di latitanti; e il caso continua a essere al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e dello stesso governo, tant’è che lo stesso ministro degli Interni Minniti s’è recato nella zona dove sono concentrate le battute, tra Bologna e Ferrara. Si tratta di una caccia dagli esiti incerti, tenuto conto della mancanza di relazioni del fuggitivo e della conseguente difficoltà di sviluppare indagini attraverso intercettazioni e controlli su favoreggiatori. Ad agevolare la latitanza sono, inoltre, le caratteristiche spesso impervie del territorio nel quale si svolgono le ricerche, ma anche, e forse soprattutto, le attitudini del ricercato a una vita al limite della sopravvivenza.

Ex militare e disertore, ricercato in Serbia per svariate rapine e per avere stuprato una minorenne; gigolò a Valentia; indagato, attualmente, in Italia per tre omicidi, la sua vera identità corrisponderebbe al nome di Norbert Feher, proveniente da Subotica, una cittadina serba a 10 chilometri dal confine con l’Ungheria.

Poche sono le informazioni in possesso dei compagni di cella: Norbert è molto diffidente, non ha mai tirato giù la maschera e svelato la sua reale identità nonostante la lunga permanenza in istituto.

Le lunghe e noiose giornate di detenzione, secondo i suoi amici, erano quotidianamente scandite dalle stesse azioni: sveglia alle ore sette, allenamento fisico ai limiti della resistenza umana, doccia e visione dei cartoni animati, un tassativo per tutti i detenuti della cella, un desiderio del quale non poteva fare a meno perché suo padre gli aveva vietato di vederli quando era piccolo.

Il pomeriggio lo trascorreva in chiesa con il prete del carcere e la serata a leggere riviste e libri di informatica. Per il resto è stato un uomo di poche parole, loquace, forse, solo quando descriveva le sue “prodezze”.  Si sentiva forte quando rammentava ai compagni di aver tagliato dal vivo il tatuaggio distintivo impresso sulla caviglia di tutti i militari russi per potere sfuggire ai controlli; si vantava di aver guadagnato molti soldi a Valentia facendo il gigolò; si sentiva potente quando riusciva a sfuggire alla polizia perché capace di dominare la natura; definiva vero uomo solo colui che usa lame o archi e frecce per compiere reati, ma, soprattutto, si esaltava riferendo di potere scuoiare un uomo con un coltello.

La sua espressione del viso non muta con lo stato d’animo ed è accompagnata da una forte discrasia tra le parole dette e il tono emotivo; inoltre, il suo sguardo di ghiaccio inquieta.

difesa negataIl Dna ritenuto prova regina può essere frutto di una contaminazione, ma per la legge non c'è l'obbligo di revisione del processo, in violazione di principi costituzionali. Il dott. Eugenio D'Orio, biologo forense e criminalista, ricercatore in genetica forense dell’Università di Copenhagen, è autore di due consulenze tecniche in un caso con condanna definitiva, ma la questione riguarda, com'è noto, anche processi tuttora aperti, come quello a carico di Massimo Giuseppe Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirasio.

Il diritto di un soggetto sottoposto a condanna definitiva a provare la propria innocenza è sancito nel dispositivo dell’art. 24 della Costituzione e a tal proposito il legislatore prevede l’istituto della revisione. Tuttavia ad oggi è emersa una carenza legislativa che va in contrasto col principio costituzionale.

In un caso attuale c’è un soggetto condannato in via definitiva per omicidio in base alla cosiddetta “prova regina” del Dna. Nello specifico, il Dna del condannato fu rinvenuto su parte del corpus delicti utilizzato per commettere l’omicidio. La sentenza di condanna è passata in giudicato, nonostante l’imputato si sia sempre dichiarato estraneo al fatto-reato contestatogli.

buona pasqua

   

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